storia delle regole - Regole Auronzo

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BREVE CRONISTORIA DELLE REGOLE : dall'antichità al giorno d'oggi
Scritto dal Marigo Monti Fabbro Giuseppe

Le Regole nascono spontaneamente “ab immemorabili” come comunioni familiari degli antichi ed originari abitanti delle Alpi.
Erano tempi difficili, in cui i nostri Avi vivevano isolati e dovevano far fronte da soli a qualsiasi problema ed evenienza.
Per sopravvivere era necessario affrontare insieme i problemi del vivere in montagna. Ma il duro ambiente alpino non fu solo fonte di difficoltà e lavoro, fu anche la base di un modo di vita e di ordinamento sociale. Principi di cooperazione e di solidarietà stringono gli abitanti che insieme devono abbatter piante e allevare il bestiame, costruir case e ricoveri; difendersi dalle acque e dagli incendi. Si forma così una coscienza collettivistica degli interessi, una disciplina comunistica dei beni; opera la convinzione che l'utile individuale e quello collettivo non sono in contrasto; che anzi interesse individuale e utilità della comunanza possono essere strumenti di lavoro e di stabile convivenza sociale. (G. Bolla) Si era quindi ben consapevoli di essere consorti, legati alla stessa sorte, e di doversi organizzare in stretta solidarietà per il bene comune. Di necessità virtù: un'organizzazione sociale basata su una cultura comunitaria e solidaristica contro gli interessi egoistico–individuali.
Ecco l'origine delle Regole e del profondo e radicato spirito di solidarietà che esse esprimono.

Nel 181 a.C. l'impero romano fonda la colonia latina di Aquilea e successivamente i romani arrivano anche in Cadore.
I Longobardi, 568-774 d.C., portano le loro consuetudini, leggi ed in particolare il concetto di proprietà germanico: la terra è di chi la usa e deve restare indivisa, quindi invendibile; mentre il diritto di proprietà romano è l'esatto opposto: la terra è proprietà privata ed il proprietario può farne quello che vuole, quindi anche venderla.
Le Regole sono custodi del patrimonio antico e i regolieri hanno il solo diritto d'uso a mani riunite.

Seguono i Franchi che introducono il pesante regime feudale, ma effettivamente si sa ben poco del periodo che va dall'anno 400 all'anno 1000: lo sfacelo dell'impero romano, le scorrerie dei cosiddetti barbari ed i loro nuovi regni creano una grande confusione. E il Cadore rimane, talvolta per lunghi periodi, specialmente d'inverno, completamente abbandonato a sé stesso.
E' proprio in quest'epoca che si trova l'origine remota della Magnifica Comunità Cadorina: gli abitanti del Cadore hanno ancora nel sangue l'antico spirito di libertà dei popoli primitivi e ne approfittano per governarsi da soli o almeno in larga autonomia. Usi antichissimi si amalgamano con le leggi romane e con le innovazioni germaniche formando nuove consuetudini particolari, uno stile di vita proprio ed autonomo che si concretizza con l'organizzazione sempre più codificata delle Regole; tanto che gli imperatori sassoni riconoscono al Cadore (primo documento risalente al 974) una propria identità, facendone una contea.

Nel 1077 l'imperatore Enrico IV concede il Cadore, allora parte del Friuli, al Patriarca di Aquilea.
Nel 1138 il Cadore passa sotto i Conti da Camino, una delle famiglie più potenti dell'Alta Italia. Questi cercano di reprimere le libertà degli abitanti del Cadore, di abolire le autonomie e di togliere le consuetudini.
Ma, anziché sottomettersi alla volontà repressiva dei Conti, i cadorini riescono a farsi concedere e mettere per iscritto, già nel 1235, degli “statuta” che limitano le ingerenze del potere nobiliare e riconoscono alla Magnifica Comunità del Cadore, e quindi alle Regole, la loro giurisdizione interna e le diverse particolari consuetudini locali. L'abolizione della servitù della gleba e della schiavitù, dimostrata dalla multa a chi si permetteva di chiamare un altro “servo”, rappresenta l'indice di elevata autonomia raggiunta di fronte al signore feudale.
Lo scrittore Proudhon alle fine del 1800 scrive: “La proprietà alloidale si contrappone a quella signorile e feudale e crea l'indipendenza, l'uguaglianza, implica il regime rappresentativo e democratico che è la base della repubblica. La proprietà feudale non genererà mai la repubblica”.
Le Regole sono riconosciute istituto di diritto privato e le troviamo già perfettamente organizzate con un capo annuale detto “Marigo”, assistito da “laudatori” e “Saltari” (guardie) con riunioni e deliberazioni democratiche a cui tutti i regolieri sono obbligati a partecipare.
Le Regole, riunendo in una comunità attiva molti individui, interessandoli al bene comune, dando cariche di responsabilità, radunandoli in assemblee deliberative, contribuiscono decisamente a creare una mentalità di libera democrazia, ad assuefare i montanari alla vita pubblica e all'autogoverno. Di fatto la miglior democrazia possibile: “non si tollera nessun privilegio; nessun titolo nobiliare; nessuna preferenza; tutti hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Chi viene eletto non può rifiutare il compito affidatogli per il bene comune e allo scadere deve rendere conto del proprio operato”.
A quel tempo i rappresentanti di una Regola hanno avuto il coraggio di ammonire “i rappresentanti del Papa, dell'Imperatore, del patriarca e del Conte da Camino a non ingerirsi per niente nel loro Ospizio e nei loro pascoli che dovevano essere lasciati liberi com'erano fin allora”. Questo documento è la prova dell'indomabile fierezza dei montanari e della autonomia di cui godevano le Regole.

In breve, fino all'inizio dell'anno mille i regolieri sono proprietari del sedime della casa e dell'orto. I prati e i campi vengono distribuiti, ogni anno a rotazione, ai regolieri in base al numero delle bocche da sfamare in ogni fuoco famiglia. I boschi a quel tempo sono di poco interesse, “il commercio del legname pressoché nullo”, anzi un ostacolo per l'estensione delle terre da coltivare. Il legname che da esso proviene, serve solo per costruire le case, i mobili, gli attrezzi da lavoro o per ultimo, come combustibile per riscaldarsi.

Se partiamo dalle origini, non c'è dubbio che quasi tutto il territorio auronzano fosse patrimonio antico regoliero. Il Primo Laudo delle regole auronzane risale all'anno 1321.

Nel 1420 il Cadore accetta il dominio di Venezia a condizione di mantenere lo stesso ordinamento e la stessa autonomia che aveva avuto fino ad'allora sotto i Conti da Camino. Il Doge acconsente confermando tutti i “previlegi” degli abitanti del Cadore.
In seguito, in particolare con la Serenissima, il bosco diviene una risorsa per la crescente e costante richiesta di legname dalla pianura veneta e in particolare da Venezia e Laguna.
Questo dà inizio a profondi cambiamenti nell'organizzazione della comunità regoliera: la forza lavoro degli uomini viene spostata dai campi e dalla cura del bestiame ai boschi e al trasporto del legname; l'aumento della popolazione e le procedure per la rotazione dei terreni agricoli comportano un gran dispendio di tempo, sempre più assorbito dal nuovo lavoro del legname. Pertanto, per far fronte a questi problemi, si inizia ad assegnare i famosi “colendiei”, appezzamenti di terra dati solo in uso ai singoli fuochi famiglia per la coltivazione e per la produzione di foraggio.

Il primo tentativo di far rientrare le terre regoliere in quelle comunali lo fa la Serenissima nel 1756 con la volontà di attuare anche in Cadore il proclama del Magistero dei Beni Pubblici di Venezia con il quale si ordina la revisione generale dei beni comunali di terra ferma.
La Magnifica Comunità Cadorina si oppone fermamente, con il risultato che la Serenissima riconosce, con la Ducale del 12 maggio 1757: le terre regoliere sono possedute con particolare titolo e devono continuare ad essere godute in comune dagli aventi diritto.

Con la fine della Serenissima e l'arrivo dei Francesi avviene il primo profondo cambiamento della storia e dell'esperienza regoliera: nel periodo che va dal 1797 al 1813 viene implementato il primo catasto chiamato “Napoleonico”. Con il Decreto Italico n°225 del 25.11.1806 si dispone che i beni degli antichi originari, gestiti fin a quel momento dalle Regole, passino sotto l'amministrazione del Comune da poco istituito.
Il 14 novembre 1813 il Cadore passa sotto l'Austria e dal 1815 al 1850 viene completato il catasto austriaco.
Il Governo Austriaco, con una Sovrana Risoluzione del 10 luglio 1839, consente alle amministrazioni comunali, intestatarie ed amministratrici dei beni regolieri, di venderli senza distinguere tra gli “antichi originari” e i residenti. Le vendite sono sollecitate sia dal Governo austriaco, per rimpolpare le casse dei Municipi, sia, secondo lo studio del dott. Ziliotto, “dalla effettiva pressione di gruppi di residenti per gran parte regolieri”.
Ad Auronzo, l'ultima distribuzione dei “colendiei”, viene fatta nel 1864.
Pertanto la totalità dei terreni coltivabili o da sfalcio erano stati assegnati ai regolieri costituendo “de facto” una sorta di proprietà familiare e in seguito iscritta al catasto.
Nel 1866 il Cadore si libera dagli austriaci e diventa parte del Regno d'Italia.
L'anno successivo, proprio dal distretto di Auronzo, il più ricco di boschi, parte la richiesta alla Magnifica Comunità Cadorina della divisione dei boschi comunali-regolieri. Buona parte della popolazione vuole che ad ogni regoliere venga assegnata una quota dei boschi in proprietà sostenendo che i beni sarebbero stati meglio goduti se ripartiti.
Don Natale Talamini interviene contro la privatizzazione con un suo opuscolo “I boschi del Cadore” dove sostiene che la divisione dei boschi avrebbe portato alla miseria.
La richiesta di privatizzazione viene respinta.

Nel 1877 la Giunta Municipale del Comune di Auronzo, in applicazione dell'art. 30 della legge 20 giugno 1877 n° 3917, delibera sia il riconoscimento di diritti regolieri come il rifabbrico, il legnatico e l'erbatico, sia la divisione dei beni agro-silvo-pastorali, quelli regolieri, fra gli abitanti delle 2 frazioni di Villagrande e Villapiccola. Mentre il bene promiscuo rimane intestato al Comune di Auronzo per le suddette frazioni.
Sempre secondo lo studio del dott. Ziliotto “subito dopo la divisione le rispettive frazioni avallano e partecipano alla vendita di vaste aree di antica origine collettiva ai rispettivi frazionisti; si consolida così ulteriormente quel processo di privatizzazione del patrimonio antico”.
In applicazione della sopracitata Legge, il 28 settembre 1879 il Consiglio Comunale con una lunga delibera, approvata senza opposizione dei frazionisti-regolieri, nel primo capitolo afferma che i diritti del legnatico e del pascolativo sono goduti dall'intera popolazione di Auronzo.

Il regime fascista tenta di cancellare definitivamente il diritto regoliero.
La legge del 16 giugno 1927 n°1766 riunisce tutti i fenomeni di proprietà collettiva unificandoli sotto un'unica voce: usi civici. Lo scopo è far diventare le terre demanio comunale al fine di una liquidazione dei beni collettivi e regolieri. Un chiaro segno di totale e ottusa contrapposizione alla libera partecipazione dei cittadini alla gestione del bene comune.
Nel 1931 a seguito della sopracitata legge, il Commissario per la liquidazione degli usi civici incarica per l'istruttoria delle terre civiche, prima il geom. Lorenzo Mina di Comelico Superiore e successivamente Alberto Larese De Tetto di Auronzo.
L'esito del lavoro: tutti i terreni intestati al Comune di Auronzo e separatamente alle 2 frazioni di Villagrande e Villapiccola sono dati alla Municipalità per essere amministrati e non in proprietà.
Nel 1938 il Podestà fa ricorso affermando che i suddetti beni sono di proprietà patrimoniale del Comune. Il contenzioso si risolve con la sentenza Antonini del 26 dicembre 1943 la quale dichiara che i beni oggetto del ricorso sono demaniali delle due frazioni, sia quelli promiscui che quelli intestati alle singole frazioni, a seguito della divisione del 1877.

Nel 1948, grazie all'Avv. Gastone Bolla di Firenze, profondo conoscitore della storia regoliera del Cadore e di Cortina, e all'onorevole Segni, il Governo con D.L. N°1104 riconosce alle Regole della Magnifica Comunità Cadorina la personalità di diritto pubblico, confermando l'inalienabilità dei beni e riconoscendo i diritti regolieri.
Prevede inoltre “l'obbligo del concorso di ciascuna Regola a favore del Comune in cui essa ha la sua sede, sia sotto forma di contributo finanziario al bilancio comunale, sia con l'assunzione diretta e gratuita di compiti e di oneri compresi fra le funzioni e le spese obbligatorie del Comune stesso”.
Le due Frazioni fanno, nello stesso anno, il tentativo di ricostituire le Regole Auronzane approvando, nelle rispettive Assemblee, i nuovi Laudi e l'anagrafe regoliera.
Molte persone che partecipano al tentativo sono contemporaneamente nel Consiglio Comunale e alla fine decidono, per opportunità e forse anche per interesse, che i beni regolieri vengano gestiti dal Comune come la sopracitata legge consentiva.
In quegli anni vengono ricostituite e riconosciute solo le Regole del Comelico, Ampezzane e di Colle Santa Lucia.
La legge n° 991 del 1952 chiarisce ulteriormente la problematica regoliera e dispone: “nessuna innovazione è operata in fatto di comunioni familiari vigenti nei territori montani nell'esercizio dell'attività agro-silvo-pastorale; dette comunioni continuano a godere e ad amministrare i loro beni in conformità dei rispettivi statuti e consuetudini riconosciuti nel diritto anteriore”.
Secondo l'Avv. Larese il D.L. del 1948 e la sopracitata legge “hanno sicuramente tolto effetto alla sentenza del dott. Antonini” in merito alla demanialità comunale dei beni in questione”.
Nel 1971 con la nuova legge sulla montagna n°1102, all'art. 10, le Regole vengono riconosciute quali istituti di diritto privato in quanto comunioni familiari e definitivamente separate dalla disciplina degli usi civici.
La mancata ricostruzione delle Regole ha “prodotto una sorta di immobilismo amministrativo che ha impedito la corretta gestione dei beni regolieri”.
Nel 1986 la sentenza Fletzer dichiara i terreni che la Società Immobiliare San Rocco ha comprato dalla Soc. Mineraria Pertusola spa, “demanio collettivo delle rispettive frazioni di appartenenza e ne dispone la restituzione al Comune quale ente gestore delle suddette frazioni”. Il paradosso di questa causa messa in essere da Roberto Cattaruzza Ludovico e altri, trova il Comune dalla parte della Società San Rocco “negando la qualità di proprietà collettiva e la demanialità delle terre in argomento”.

Nel 1996 la Regione Veneto con la legge n° 26 indica le modalità per la ricostituzione e il riconoscimento delle Regole. Ne consegue che nel 1999, con decreto regionale, vengono ricostituite e riconosciute le due Regole di Auronzo con il relativo passaggio dei beni divisi nel 1877 alla Regola di Villapiccola (partita catastale n° 444) e alla Regola di Villagrande (partita catastale n° 434).
Rimangono intestati al Comune i beni promiscui delle Regole, come da sentenza Antonini del 1943, contenuti nella partita catastale n° 402.
Nel febbraio del 1999 il Sindaco Walter Antoniol, sollecitato anche dal dott. Mastropietro della Regione Veneto, chiede all'Avvocato Odorico Larese se i beni delle Regole auronzane sono soggette al regime degli usi civici. La risposta dell'Avvocato, dopo approfondita ricostruzione storico/giuridica é chiara ed esauriente: “Tutti i beni regolieri sono esenti dalla disciplina degli usi civici, sempre sconosciuti in Cadore”.
Nonostante questo, nel 2000 arriva lo studio Ziliotto richiesto dal Comune e giustificato dalla legge regionale del n.31 del 22 luglio 1994, in merito alle terre di uso civico.
Viene fatta una ricostruzione abbastanza precisa ma con un grande e profondo errore: voler dimostrare che il patrimonio antico regoliero ha nel tempo perso le sue caratteristiche regoliere trasformandosi di fatto in beni di uso civico.
Il 30 dicembre 2002 il Comune approva il Piano Particolareggiato di Misurina (PPM) in applicazione degli indirizzi urbanistici previsti dal Piano Ambientale Auronzo Misurina (PAAM). Questo PPM, approvato anche dalla Regione Veneto, prevedeva numerosi interventi edificatori, sia di pubblica utilità che privati, su terreni compresi nella sentenza Antonini del 1943 e quindi regolieri. Oggi il PPM non è più in vigore perchè scaduti i termini di durata.

Nel 2007 c'è il tentativo di fare un'accordo con il Comune per il riconoscimento alle Regole dei beni promiscui ma, sia per il metodo usato che soprattutto per il merito, l'accordo viene respinto dall'assemblea di Villagrande.
Il 10 marzo 2011 le due Regole incaricano la Cooperativa Co. Progetti di Belluno di fare l'accertamento storico-catastale comparativo del patrimonio antico delle Regole auronzane in base alla sentenza del 1943. Il lavoro viene presentato, dalla p.e. Gloria Sommavilla, all'incontro informativo dei regolieri, il 3 marzo 2012 con grande soddisfazione da parte dei partecipanti.
Pertanto, a seguito dello studio sopracitato, le Regole riprendono le trattative con l'attuale amministrazione comunale.
Dopo le note vicende intimidatorie dell'autunno/inverno 2014-2015, il Presidente e alcuni consiglieri del CdA della Regola di Villagrande si dimettono.
Il nuovo CdA, prima di riprendere le trattative con il Comune, fa propria la richiesta di alcuni regolieri di trascrivere la sentenza del 1943 in Conservatoria. Decide quindi, insieme alla Regola di Villapiccola, di affrontare insieme la questione e risolverla una volta per tutte.
Le risposte, alle domande scritte dai Presidenti delle Regole alla Direttrice della Conservatoria dottoressa Violante, sono le seguenti: la prima del 21 ottobre 2015 “da un esame formale ed approfondito ritengo che non sia prevista la trascrizione della sentenza”; la seconda del 30 novembre 2015 “sentito l'Ufficio Superiore confermo che la sentenza non è soggetta a trascrizione”. Pertanto, per ottenere i beni della partita 402, sia gli Avvocati che la p.e. Sommavilla ci mettono di fronte ad un bivio: o fare un buon accordo con il Comune o fare la causa giudiziaria.

Altro problema da risolvere è quello dell'accertamento delle particelle della zona urbana di Pause-Ligonto-Giralba come richiesto della Regione. La p.e. Sommavilla, preventiva per questo lavoro un costo elevato per via dei tempi molto lunghi rispetto alla ricerca fatta nel 2011. Le Commissioni Amministratrici delle due Regole ritengono non abbia senso spendere dei soldi per certificare beni che erano nella sentenza del 1943 ma non sono più rivendicabili perchè diventati di fatto privati. Pertanto si decide che l'accordo con il Comune debba seguire l'esempio storico dell' accordo tra il Comune e le Regole di Cortina d'Ampezzo del 1959, ovvero, non rivendicare i terreni nell'area Urbana.
Riprendono subito gli incontri con il Comune e si concorda che la comparazione tra le ricerche del dott. Ziliotto e quelle commissionate dalle Regole alla p.e. Sommavilla, come richiesto dalla Regione, venga fatta dall'Ufficio Tecnico comunale.

Nell'incontro del 26 febbraio 2016 con i funzionari della Regione Veneto (Direzione Turismo e Enti Locali) le Regole presentano una posizione decisa: tutti i beni della sentenza “Antonini” e in particolare quelli di Misurina, salvo quelli privati, fanno parte del patrimonio antico regoliero e sono quindi rivendicabili.
Le valutazioni e le indicazioni che emergono dall'incontro sono che l'accordo non deve contenere alcun appiglio per eventuali ricorsi e pertanto viene chiesto alle Regole di non rivendicare le aree di Misurina che sono diventate parcheggi o stradine d'accesso. Inoltre viene chiesto di tener conto che diventando patrimonio antico regoliero i piccoli appezzamenti di terreno necessari agli ampliamenti orizzontali previsti dal PAAM al fine di permettere ampliamenti tecnici a 7 strutture turistico-recettive non potranno in futuro essere alienati provocando la paralisi di Misurina.
Nell'ultimo incontro del 7 febbraio 2017, quando i Dirigenti della Regione Veneto sollevano la questione delle piste da sci di Misurina e dei parcheggi delle Tre Cime, i due Presidenti delle Regole ed in particolare la Sindaca, giustificano ampiamente che quelle aree non avevano cambiato destinazione d'uso e che quindi restano beni del patrimonio antico regoliero.

CONCLUSIONE:
Dopo 200 anni, e in particolare dalla fine degli anni '40, ci sono stati così tanti cambiamenti sia economici che sociali che hanno creato da una parte la perdita della cultura regoliera e della sua intrinseca coscienza solidaristica; dall'altra una caotica e ingarbugliata situazione dei beni regolieri a seguito di una gestione approssimativa e poco corretta.
Inoltre, dallo studio dei beni, emerge che dopo la sentenza del 1943 ed in particolare in fase del nuovo catasto (prima metà anni '50) molti regolieri si sono trovati accatastati beni che erano oggetto della sentenza del 1943. La stessa cosa è successa anche per le due Regole.
Di conseguenza è inevitabile procedere ad un compromesso con la piena disponibilità delle Regole a sanare le posizioni dei terreni oggetto di passate alienazioni, permute o concessioni fatte dai singoli regolieri o dal Comune a privati, società ed altri soggetti sia nell'area urbana di Misurina che nell'area urbana del Paese da Cella a Giralba.

L'accordo raggiunto è l'unica soluzione extragiudiziale possibile ed è inoltre la miglior mediazione delle due Regole, sia con il Comune che con la Regione Veneto la quale permette di risolvere un contenzioso che dura ormai da 18 anni.

Infine, ed è la cosa più importante, con questo accordo nessuno potrà più fare operazione di speculazione edilizia sui terreni di Misurina.


Auronzo di Cadore 12 Aprile 2017

 
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